Il Cav. giardiniere
Lo immaginavano buio e triste e rancoroso. Ancora sperano, forse, gli antipatizzanti inconsolabili, che dal suo sorriso cada la frase sbagliata e un guizzo di fiele autorizzi un giudice di sorveglianza a mettergli la mordacchia e i ceppi. Invece no. Fatta eccezione per una pencolante convinzione sulla responsabilità oggettiva del Quirinale nella vecchia e tragicomica lite con Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi è apparso ieri a “Porta a Porta” nelle vesti dello statista mite, prossimo sorvegliato speciale al servizio del dolore canuto nella villa Sacra Famiglia di Cesano Boscone, aspirante giardiniere (“lì ci sono molte cose da sistemare per una persona che ama la natura come me”), presidentissimo di un Milan invendibile e, naturalmente, mica fesso.
14 AGO 20

Lo immaginavano buio e triste e rancoroso. Ancora sperano, forse, gli antipatizzanti inconsolabili, che dal suo sorriso cada la frase sbagliata e un guizzo di fiele autorizzi un giudice di sorveglianza a mettergli la mordacchia e i ceppi. Invece no. Fatta eccezione per una pencolante convinzione sulla responsabilità oggettiva del Quirinale nella vecchia e tragicomica lite con Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi è apparso ieri a “Porta a Porta” nelle vesti dello statista mite, prossimo sorvegliato speciale al servizio del dolore canuto nella villa Sacra Famiglia di Cesano Boscone, aspirante giardiniere (“lì ci sono molte cose da sistemare per una persona che ama la natura come me”), presidentissimo di un Milan invendibile e, naturalmente, mica fesso. Dunque il Cav. giardiniere precisa con senso (millimetrico) della misura d’essere un perseguitato dalla malagiustizia in attesa del giudice buono che lo risarcisca nell’onore e nella libertà personale.
E poi via alla campagna elettorale, con la chiamata alle armi per gli scontenti e i delusi e i tassati, ma senza caricare le europee di valenze apocalittiche: “Io guardo già alle prossime elezioni politiche, se prendiamo il 20 per cento senza di me sarà un miracolo”. Trattandosi appunto di propaganda per mietere consensi, Berlusconi si è costretto a declinare l’istintiva sua predilezione per Matteo Renzi nella forma d’un paio di scapaccioni paterni. Il ragazzo è di valore, fa parecchia simpatia con quel suo bullismo un po’ paesano grazie al quale ha travolto la nomenclatura post comunista e sta portando a spasso la sinistra dalla socialdemocrazia al social-nettismo paraculo. Ma insomma Renzi è pur sempre un competitor e, a forza di sorrisi, battute e promesse, rischia di ipnotizzare i cittadini e distoglierli dal peso amaro del carico fiscale sulla casa, e non solo su quella, che Forza Italia era riuscita a eliminare.
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E le riforme? Il Senato e l’Italicum? Tutto “appeso a un filo”, strillano i rinfocolatori, ignorando che le due estremità del gomitolo restano in mano a Berlusconi e a Renzi. Il Caimano fa la faccia furba, accarezza la possibilità dell’impasse sulla Camera alta non elettiva e s’imbroncia sulla lentezza della riforma elettorale. Qualcuno, fra i renziani, lo prende talmente sul serio che già ci s’interroga sul comune interesse del Cav. e del premier a tirar giù il sipario della legislatura. Ma è tutta carne da retroscenisti, e di taglio modesto, per ora almeno. E non ha nemmeno il sapore famigliare del duello a distanza con i ministeriali che fanno capo ad Angelino Alfano. Lui, il Delfino senza quid, destinatario del rinnovato dolore patito dal Cav. per il noto tradimento; lui che replica d’aver dovuto scegliere l’Italia e non Forza Italia; lui per cui le porte del cuore berlusconiano, però, restano sempre aperte. Cuore di giardiniere.
E poi via alla campagna elettorale, con la chiamata alle armi per gli scontenti e i delusi e i tassati, ma senza caricare le europee di valenze apocalittiche: “Io guardo già alle prossime elezioni politiche, se prendiamo il 20 per cento senza di me sarà un miracolo”. Trattandosi appunto di propaganda per mietere consensi, Berlusconi si è costretto a declinare l’istintiva sua predilezione per Matteo Renzi nella forma d’un paio di scapaccioni paterni. Il ragazzo è di valore, fa parecchia simpatia con quel suo bullismo un po’ paesano grazie al quale ha travolto la nomenclatura post comunista e sta portando a spasso la sinistra dalla socialdemocrazia al social-nettismo paraculo. Ma insomma Renzi è pur sempre un competitor e, a forza di sorrisi, battute e promesse, rischia di ipnotizzare i cittadini e distoglierli dal peso amaro del carico fiscale sulla casa, e non solo su quella, che Forza Italia era riuscita a eliminare.
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E le riforme? Il Senato e l’Italicum? Tutto “appeso a un filo”, strillano i rinfocolatori, ignorando che le due estremità del gomitolo restano in mano a Berlusconi e a Renzi. Il Caimano fa la faccia furba, accarezza la possibilità dell’impasse sulla Camera alta non elettiva e s’imbroncia sulla lentezza della riforma elettorale. Qualcuno, fra i renziani, lo prende talmente sul serio che già ci s’interroga sul comune interesse del Cav. e del premier a tirar giù il sipario della legislatura. Ma è tutta carne da retroscenisti, e di taglio modesto, per ora almeno. E non ha nemmeno il sapore famigliare del duello a distanza con i ministeriali che fanno capo ad Angelino Alfano. Lui, il Delfino senza quid, destinatario del rinnovato dolore patito dal Cav. per il noto tradimento; lui che replica d’aver dovuto scegliere l’Italia e non Forza Italia; lui per cui le porte del cuore berlusconiano, però, restano sempre aperte. Cuore di giardiniere.